Vigilanza Fare Ambiente

Protezione Ambientale!


L’emergenza ambientale è ormai mondiale e, come ben sappiamo, è legata a moltissimi dati preoccupanti sui quali domina il surriscaldamento globale. I danni che l’uomo ha provocato all’ambiente però sono molto numerosi e diversificati, e ce n’è uno che preoccupa molto da vicino l’Italia e riguarda i boschi. Il suolo italiano è (o si potrebbe dire meglio, era) ricoperto per la maggior parte da boschi. Per bosco si intende un’area di terreno ricoperto prevalentemente da alberi ad alto fusto, e da un sottobosco costituito da arbusti e altre forme vegetali. Nei secoli passati, questo ricco patrimonio verde è stato più volte distrutto dall’uomo. Basti pensare all’Impero Romano. A quel tempo la legna era una merce molto preziosa: veniva usata per fabbricare case, mezzi di trasporto come le navi, e utensili di ogni genere, ed era un valore in sé in quanto necessaria a fare il fuoco. All’epoca dei Romani l’Italia subì un feroce disboscamento, tanto che si crearono dei problemi legati al fatto che il terreno, non più frenato e trattenuto dalle redici degli alberi, ogni volta che pioveva dilavava verso il basso. L’attuale conformazione delle coste italiane si deve proprio a quel processo. A seguito del crollo dell’Impero le cose cambiarono: ci fu un regresso economico e la maggior parte della gente tornò ad una vita contadina. Piano piano, i boschi ricominciarono a crescere e la situazione tornò a normalizzarsi… finchè, nel Tardo Medioevo, i mercanti ripresero potere e vigore, e per agevolare i loro commerci gli alberi vennero nuovamente tagliati, creando nuovamente ampie macchie prive di bosco. Al giorno d’oggi il disboscamento continua ad essere selvaggio, e le conseguenze che potremmo pagarne potrebbero essere molto gravi. Ci sono tanti fattori infatti che rendono la nostra situazione molto più precaria di quella degli uomini del passato, a partire dal già citato surriscaldamento globale. Gli alberi ci sono necessari perché producono ossigeno e aiutano a purificare l’aria che respiriamo, servono a frenare il dissesto idrogeologico (e sappiamo bene quanti danni in Italia siano causati da inondazioni o alluvioni) e sono l’habitat di numerose specie animali necessarie per l’equilibrio dell’ecosistema della penisola. Ma nonostante tutto questo sia ben noto, gli interessi economici sono sempre più forti. Le leggi non pongono un freno al disboscamento selvaggio, anzi, fanno in modo che sia sempre più facili per le grandi multinazionali procedere all’abbattimento di alberi, con compensazioni che appaiono del tutto insufficienti. Per legge, si possono tagliare fino a mille metri quadri di bosco senza alcuna necessità di procedere a piantare dei nuovi alberi, indipendentemente dalla natura del suolo. Se si tagliano più di mille metri quadri, è necessario lasciare almeno sessanta alberi per ettaro, misura di gran lunga insufficiente. Le motivazioni che vengono date a queste norme è che il bosco va “regolamentato”, per evitare che si verifichino incendi e attacchi di parassiti. Entrambe le motivazioni sono molto deboli, visto che un bosco con molti anni di vita alle spalle in genere ha pochissimo sottobosco e quindi sono assai improbabili sia gli incendi che i parassiti. C’è poi la motivazione della creazione di posti di lavoro, ma purtroppo i posti di lavoro di cui si parla molto spesso non vanno ad italiani, ma ad immigrati clandestini che non vengono contrattualizzati e spesso devono anche operare in condizioni precarie e pericolose per la loro incolumità. Se si pensa infine che lo Stato Italiano ha deciso di eliminare il corpo delle Guardie Forestali e di togliere a quelle Provinciali potere in materia ambientale, si capisce facilmente come ci sia ben poco da stare tranquilli per quel che riguarda il futuro dei nostri ambienti naturali.

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Anche se da anni si susseguono campagne di sensibilizzazione contro l’abbandono degli animali, spesso anche con testimonial d’eccezione, questa realtà purtroppo continua ad essere drammaticamente presente, ed è una con le quali devono maggiormente confrontarsi le guardie ecozoofile specie durante il periodo estivo. Le vacanze per gli umani sono un momento di svago e relax, e al momento di partire il cane o il gatto di casa possono diventare un impegno eccessivo. La soluzione spesso è la più drastica e disumana, ovvero l’abbandono. Quando si pensa al termine “abbandono” subito viene in mente il cane lasciato scendere dalla macchina ai margini di una strada solitaria, per poi andare incontro al suo destino che molto spesso consiste nel venire investito da una vettura di passaggio. Ma “abbandono” non è solo questo: ci sono anche casi diversi, come ad esempio quello di Beki, che l’anno scorso fece il giro dei social network indignando la rete, e che finalmente quest’anno ha trovato il suo lieto fine. Beki è un cane di razza dogo che viveva con una famiglia di Rimini. I suoi proprietari però, nell’agosto 2015, partirono per un viaggio, lasciando Beki nel cortile di casa senza acqua né cibo e senza affidarlo alle cure di nessuno. Grazie alle denunce di chi aveva visto il quattrozampe incustodito e sempre più malinconico, le locali guardie ecozoofile di Fare Ambiente si sono attivate e hanno salvato Beki dalla sua triste sorte, sottraendolo alla tutela dei suoi proprietari. Da quel momento è iniziata la ricerca di una nuova famiglia che potesse davvero prendersi cura dell’animale, e l’adozione è finalmente diventata effettiva in questi giorni. L’abbandono di animali non è un’azione da compiere alla leggera, in quanto si tratta di un reato vero e proprio, considerato all’articolo 727 del Codice Penale. La pena prevista è la reclusione fino ad un anno, o in alternativa una multa che può variare da un minimo di 1000 euro fino ad un massimo di 10 mila euro. Non si faranno mai abbastanza appelli per far capire alle persone che possiedono un animale che queste creature non sono oggetti di cui potersi disfare quando danno fastidio, ad esempio in vista della stagione estiva. Purtroppo i dati confermano come il fenomeno dell’abbandono degli animali per le ferie sia ancora una drammatica realtà: in Italia, in media, tra i mesi di giugno ed agosto vengono abbandonati 60 mila cani, ovvero circa 600 al giorno. Molti di loro muoiono pochi giorni dopo, poiché sono animali domestici e non sono in grado di cavarsela da soli. Per questo è molto importante anche che ogni cittadino sia consapevole della pericolosità di un animale abbandonato, che oltre a rischiare la sua vita può mettere a repentaglio quella degli altri causando, pu involontariamente, degli incidenti. Se si vede un cane, o un gatto, e si crede che sia stato abbandonato, bisogna subito avvertire le autorità competenti. Per contattare le Guardie Ecozoofile c’è a disposizione un numero a cui inviare le segnalazioni, anche tramite sms o Whatsapp, affinchè il loro intervento possa essere tempestivo e risolutivo, come è accaduto nel caso di Beki. Alle Guardie Ecozoofile possono essere fatti presenti anche altri casi ascrivibili al maltrattamento degli animali, ad esempio il contrabbando, la caccia di frodo, i combattimenti clandestini. Si possono segnalare anche altri reati ambientali, come lo sversamento di liquami o il deposito di rifiuti in aree non autorizzate.

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A Varese è in atto una piccola,grande rivoluzione all’interno del corpo delle Guardie Ecologiche Volontarie. I cambiamenti sono stati da una parte stati resi necessari, dall’altra derivano da una volontà da parte del Comune di dare alle Guardie un nuovo volto, conferendo loro un ruolo diverso all’interno della comunità. La necessità nasce dal fatto che ben 15 elementi hanno deciso di uscire dal corpo di Guardie preesistente, e che anche l’ex coordinatore ha abbandonato il suo incarico. Attualmente dunque restano solo otto elementi, che sono in ruolo da oltre vent’anni, ma che non sembrano affatto demoralizzati dall’evenienza.

Al contrario, si sentono ora investiti di una nuova responsabilità che potrebbe rendere il loro compito assai più piacevole e di certo di maggior importanza per l’economia complessiva del comune. In passato, le GEV di Varese avevano come incarico principale quello di vegliare sul corretto conferimento dei rifiuti, e di elevare multe ogni volta che riscontravano delle irregolarità. Adesso, di comune accordo, Dino De Simone, assessore all’ambiente per Varese, e il vicesindaco Daniele Zanzi, hanno deciso che questi incarichi erano riduttivi, oltre che non corretti. Infatti, il compito di elevare multe spetta alla ASPEM, l’azienda privata che ha avuto dall’amministrazione comunale il compito di occuparsi della gestione dei rifiuti. Inoltre, le GEV hanno una statura che esula decisamente da quella di semplici controllori della spazzatura.

Sostanzialmente, si ritiene che negli ultimi anni il loro ruolo sia stato decisamente frainteso, riducendole a semplici controllori, mentre per statuto le Guardie Ecologiche hanno ben altri incarichi. Esse devono essere le intermediarie tra la popolazione e l’ambiente circostante, portando avanti delle campagne di sensibilizzazione e di informazione che aiutino i cittadini a sviluppare un più approfondito senso civico. Da questo momento in poi, quindi, le GEV cambieranno volto e soprattutto occupazione. L’impegno che gli otto volontari rimasti si assumono consiste soprattutto nel girare tra le scuole al fine di portare avanti dei corsi informativi che aiutino i più giovani a sviluppare una nuova sensibilità nei confronti dell’ambiente circostante.

Inoltre, essi si auspicano di poter al più presto arruolare nuove leve, per apportare linfa vitale al corpo delle GEV. All’interno del Comune di Varese sono anche incluse due aree verdi di grande interesse: il PLIS (Parco Locale di Interesse Sovracomunale) di Bevera, e il Parco Sud. Queste aree saranno particolarmente coinvolte nell’attività delle Guardie Ecologiche Volontarie, che avranno l’incarico di sorvegliarle e di farle conoscere alla cittadinanza. Gianluca Albertini e Piergiorgio Marchi sono due delle guardie ecologiche che attualmente fanno parte del corpo in carica all’interno del Comune di Varese. Entrambe hanno ricordato come, in effetti, siano tre i compiti principali che si assumono le guardie ecologiche.

Il primo è quello di vigilare sul patrimonio ambientale; ma, allo stesso tempo devono gestirlo, e soprattutto devono propugnare nel territorio l’educazione ambientale. Entrambe sono ansiosi di avere forze nuove che si uniscano al vecchio organico, e sottolineano come i corsi che servono per diventare GEV siano anche altamente professionalizzanti, e quindi costituiscano anche per i più giovani un’opportunità per entrare a far parte del tessuto produttivo del comune. Infatti, per diventare GEV il percorso non è semplice, ed è anzi piuttosto lungo: per prima cosa è obbligatoria la frequenza di corso di formazione offerto gratuitamente dal Comune, per un totale di 60 ore. In seguito bisogna sostenere un esame, e solo dopo averlo superato si può ottenere la nomina a Guardia particolare giurata da parte del Prefetto. Infine le Guardie Ecologiche Volontarie prestano giuramento davanti al sindaco del proprio Comune.

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Quando si parla di inquinamento ambientale subito si pensa ai gas di scarico delle automobili, ai rifiuti tossici industriali, alle tonnellate di immondizia e di residui che finiscono nei mari. Ma c’è una voce piuttosto importante nell’inquinamento ambientale a cui non si pensa ma che è molto pesante nel bilancio complessivo, e riguarda gli pneumatici delle automobili. Nel mondo occidentale ormai praticamente ogni persona possiede un’automobile; spesso ce n’è anche più di una per nucleo familiare. Ogni automobile ha quattro ruote che devono essere rivestite con gli pneumatici, che sono fatti di sostanze derivate dal petrolio, gomme e plastiche, altamente nocive per l’ambiente. Considerando che nel corso medio della vita di un veicolo gli pneumatici vanno cambiati almeno due o tre volte, non è difficile fare un rapido calcolo mentale per considerare il numero complessivo che deve essere smaltito ogni anno. Per evitare che questi pericolosi rifiuti vengano dispersi in modo non adeguato esiste un sistema di recupero e riciclaggio che dovrebbe garantire la massima sicurezza. Purtroppo però si calcola anche che esista un mercato parallelo, in cui gli pneumatici vengono venduti in modo illegale e quindi smaltiti alla stessa maniera, che causa invece una mole di rifiuti notevole e altamente inquinante. Si valuta che il quantitativo di Pneumatici Fuori Uso (PFU) che non viene correttamente smaltito a norma di legge ammonti a circa 20 o 30 mila tonnellate. Questo si traduce in 2 o 3 milioni di pneumatici singoli che non vengono venduti attraverso i canali tradizionali e quindi non sono accompagnati da regolare fattura e che di conseguenza non sono avviati nel circuito di riciclaggio che li trasforma in altri oggetti o in energia, ma vengono invece dispersi nell’ambiente. Ciò non si traduce solo in inquinamento ma anche in un enorme dispendio economico: ogni anno si perdono circa 12 milioni di euro di contributi per il riciclo, oltre ad 80 milioni di euro causati dall’evasione IVA, senza contare il costo della bonifica dei territori che vengono invasi dai rifiuti illegali. Per cercare di porre un freno a questa terribile realtà, che rischia di diventare davvero deleteria per il territorio e di causare una mole di rifiuti insostenibile, è stato firmato a Roma, nell’ambito del Forum Rifiuti promosso da Legambiente, un protocollo d’intesa tra Ecopneus, Associazione Italiana Ricostruttori Pneumatici, Confartigianato Imprese, Federpneus e Legambiente stesso. All’interno del protocollo sono elencate e previste una serie di misure che verranno messe in atto per contrastare il fenomeno. In primis si cercherà di fare un’informazione capillare e diffusa alla cittadinanza, per far comprendere fino in fondo le ripercussioni che può avere un gesto, quello dell’acquisto in nero di pneumatici, che è dettato dalla volontà di risparmio ma che comporta costi assai gravosi in termini sociali e ambientali. Il vero fulcro dell’azione che si intende avviare, però, consiste in un controllo di tutta la filiera di vendita di ogni pneumatico, che dovrà poter essere tracciabile in modo chiaro e inequivocabile. L’importanza del protocollo d’intesa che è stato firmato, come ha sottolineato il Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, non risiede soltanto nelle azioni che prevede, ma anche e soprattutto nel fatto che sancisce un’alleanza civile tra le diverse parti interessate, che si impegnano tutte, in egual misura, a dare un seguito concreto a quanto per ora non sono che parole su carta. In tale ottica particolarmente importante appare la partecipazione di Ecopneus, società senza scopo di lucro che è formata dai principali produttori di pneumatici nel nostro Paese e che movimenta circa 250.000 tonnellate all’anno di PFU.

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Quando si verifica un’emergenza o una calamità naturale in Italia la Protezione Civile non è chiamata solo ad occuparsi degli esseri viventi ma anche del patrimonio immobile. Si tratta ovviamente dei Beni Culturali, che devono esser tutelati e salvaguardati in situazioni in cui la loro sopravvivenza e preservazione nel tempo potrebbero essere messe in forse dalle condizioni climatiche, o da altre situazioni verificatesi al di fuori della normale pianificazione territoriale. Ci sono molti episodi nella storia del nostro Paese che servono a ricordare quanto sia stato importante l’intervento dei volontari e dei professionisti della Protezione Civile in ambiti di emergenza.

Però è importante che siano ben chiare normative e procedure, che le azioni di compiere in un momento di pericolo siano talmente note da poter essere eseguite quasi in maniera automatica al bisogno. Per questo motivo la Protezione Civile, assieme a tutti coloro che svolgono volontariato in seno al suo corpo, svolge in modo periodico delle esercitazioni che servono a rinfrescare le procedure e a mantenere i suoi vari componenti sempre vigili e attivi. Una delle ultime esercitazioni che si è svolta in ordine di tempo c’è stata in Toscana e più precisamente nella città di Lucca, e al momento focale delle operazioni ha potuto assistere l’intera cittadinanza.

A prendere parte a questa simulazione non è stata solo la Protezione Civile di Lucca, ma hanno partecipato anche funzionari della Provincia di Lucca e della Regione Toscana, del Dipartimento di Protezione Civile e del MIBACT,della Prefettura, del Comando Regionale e Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco, e naturalmente delle Forze dell’Ordine (Nucleo Carabinieri per la tutela dei beni artistici e culturali e Polizia Municipale). Hanno partecipato anche svariate associazioni di volontariato facenti capo al Comitato Comunale e Provinciale di Protezione Civile. La simulazione si è svolta secondo le seguenti modalità. L’evento prospettato era un terremoto, che avrebbe avuto luogo il giorno 7 giugno 2016. L’epicentro ipotizzato del terremoto era il comune di Castelnuovo Garfagnana, e la sua magnitudo era di 6.6 della scala Richter. Tale terremoto avrebbe prodotto danni a tutto il centro storico del paese, in particolar modo avrebbe danneggiato la Cattedrale di S. Martino. Il giorno del terremoto quindi è scattata l’attivazione del C.O.C. (Centro Operativo Comunale) e la Prefettura si è preoccupata di aprire il CCS (Centro Coordinamento Soccorsi). La popolazione interessata dal sisma è stata avvista telefonicamente o con l’App Alert System.

L’esercitazione vera e propria è poi avvenuta il giorno 11 giugno nelle location di Piazza S.Martino, Piazza Antelminelli e del Polo Fiere. Si sono svolti dei sopralluoghi all’interno della cattedrale ipoteticamente danneggiata da parte di funzionari autorizzati ,e si è poi proceduto con la rimozione del crocifisso ligneo e altri quadri e manufatti di pregevole valore artistico. Il fulcro dell’esercitazione ha riguardato le delicatissime operazioni di imballaggio per il trasporto delle opere in un luogo sicuro, che devono avvenire secondo modalità e procedure rigorosamente codificare. Il luogo in cui sono state trasportate le opere da salvare (ovviamente riproduzioni) è stato il Polo Fiere. In ogni fase della simulazione i cittadini hanno potuto assistere. Secondo Riccardo Gaddi, responsabile della Protezione civile regionale, questa esercitazione è stata un momento importante, come da anni non se ne svolgevano in Toscana, per comprendere meglio quali siano le migliori strategie operative da adottare in caso di calamità naturale per la tutela dei beni culturali della regione, e costituisce una buona base di partenza per una futura proficua collaborazione tra il Ministero dei Beni Culturali e la Protezione Civile stessa.

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Spiagge e fondali puliti


Posted By on Giu 14, 2016

L’estate ormai si avvicina a grandi passi e ognuno di noi agogna a tornare in spiaggia per godersi un po’ di sole e mare: ma ogni estate si ripropone anche l’altro lato della medaglia, ovvero l’inquinamento che affligge l’ambiente marino. Purtroppo molto spesso le spiagge sono ingombre di rifiuti, a volte dovuti all’incuria dei cittadini, altre volte invece al flusso delle onde del mare che finiscono per condurre a riva tutto ciò che viene gettato al suo interno. A volte si pensa che il mare nasconda e pulisca, ma non è così: ci sono sostanze e scorie che impiegano secoli, oppure millenni, per dissolversi. Altre non lo fanno mai del tutto. Per questo motivo da alcuni anni Legambiente promuove un’iniziativa che si chiama “Clean the Mud”, letteralmente “pulisci lo sporco”; in italiano “Spiagge e fondali puliti”. Ad essere chiamate in causa sono le persone comuni, che prestano volontariamente il loro servizio per rendere più vivibili le spiagge italiane. L’importanza di darsi attivamente da fare per garantire il benessere del’ecosistema marittimo si può capire facilmente citando solo alcuni dati. Secondo l’UNEP (united nations environment programme) delle milioni di tonnellate di spazzatura che ogni anno vengono gettate in mare, il 15% galleggia, un altro 15% resta nella colonna d’acqua, e il 70% va a fondo. Insomma, quello che i volontari possono fare forse non è che una piccola cosa, ma rappresenta un atto importante anche per sensibilizzare le persone nei confronti di un argomento così importante e così fondamentale per il futuro del nostro pianeta.

Per il 2016, “Spiagge e fondali puliti” si è svolto nel fine settimana compreso tra il 28 e il 29 maggio, e ha visto messe in atto moltissime diverse iniziative dal nord al sud della penisola. L’attenzione è stata focalizzata sulle cosiddette “lacrime di sirena”. Si tratta di piccolissime palline di materiale plastico che, essendo molto leggere, vengono sparse un po’ ovunque dal moto ondoso e dai venti e che possono essere molto pericolose per gli animali marini che le ingeriscono, in quanto sono altamente tossiche. A Trieste i volontari di Legambiente si sono ritrovati nella giornata di sabato sulla spiaggia di Canovella dè Zoppoli, muniti di guanti e sacchi, per ripulirla da tutta la spazzatura portata fin qui dal mare. A Camogli, in Liguria, invece si è cominciato a lavorare già nella giornata di venerdì presso la spiaggia che si è formata alla foce del rio Gentile Camogli, con il monitoraggio del “marine litter” (rifiuti solidi in mare) e poi con la pulizia. A Rovigo è stata ripulita la spiaggia libera di Marina di Caleri. A Ravenna sono state risistemate le spiagge del Lido di Classe e del Lido di Dante. Nel Lazio la spiaggia di Ostia è stata invasa dai bambini delle scuole elementari, che si sono dedicati con entusiasmo all’opera di raccolta dei rifiuti abbandonati. Di nuovo i bambini delle scuole primarie sono stati i protagonisti a Fermo, nelle Marche: a loro è stata impartita una lezione sulle forme di vita presenti nel mare Adriatico. Invece della pulizia dei fondali se ne sono occupati i sub volontari dell’associazione Mondo Sommerso. A Paestum, in Campania, oltre alla pulizia sono state realizzate anche delle sculture di sabbia sulla spiaggia e dei cartelli informativi. A Montalbano Jonico, in Basilicata, la giornata si è trasformata in una vera e propria festa con la condivisione di merende e giochi sul Lido Onda Libera di Scanzano Jonico. E ancora tanti altri appuntamenti ci sono stati in Puglia, Sicilia e Sardegna, per rendere sempre più bella la nostra Italia.

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L’invernata 2015/2016 in Italia fino ad ora si è dimostrata particolarmente mite, senza precipitazioni di grande rilievo né piovose né nevose. Ciò non toglie che per tutte le persone che non possiedono una fissa dimora affrontare i rigori dell’inverno spesso può diventare una vera e propria impresa, e per i più deboli, come ad esempio gli anziani, questo può avere delle gravi ripercussioni a livello di salute. Il problema dei clochard è maggiormente sentito nelle grandi città, dove purtroppo il numero di chi vive per strada è solitamente molto elevato, specie a seguito degli enormi flussi migratori che si sono avuti verso l’Europa tutta, Italia compresa. Per questo motivo nella città di Roma all’inizio della stagione invernale è stato approntato dal commissario Francesco Paolo Tronca, che amministra in modo provvisorio e temporaneo l’Urbe, il cosiddetto “Piano Inverno”. Il “Piano Inverno” è entrato ufficialmente in vigore il 19 novembre 2015 ed è stato dato in affidamento tramite procedura negoziata, vale a dire senza bando di gara. L’ente riconosciuto affidatario ha avuto però la direttiva di operare in stretta collaborazione con i Servizi sociali Municipali. Nello specifico, gli interventi previsti dal “Piano Inverno” hanno riguardato tutti i soggetti a rischio, sia di nazionalità italiana, che stranieri, che apolidi. Sono stati identificati come bisognosi di assistenza e aiuto coloro che non possiedono una dimora in cui potersi riparare durante le giornate più fredde del periodo invernale, uomini e donne affetti da problematiche psicomotorie e privi di un sostegno familiare. L’intervento previsto si è focalizzato sulla prima accoglienza, tanto diurna che notturna, distribuita nell’arco delle 24 ore o in periodo di tempo più brevi. Nello specifico, le attività previste nel piano sono il ricovero delle persone senza casa in uno dei centri appositamente predisposti dal Comune di Roma; l’erogazione di pasti caldi, pranzo, cena e colazione, a di altri servizi così definiti “di sollievo”. In quest’ultima categoria si riuniscono la possibilità di fare una doccia calda, di ricevere delle coperte con le quali coprirsi, di partecipare ad attività ricreative o di consumare merende comunitarie. Il “Piano Inverno” si è posto anche uno scopo più ambizioso: non solo aiutare nell’immediato chi possa essere stato colto impreparato dall’arrivo delle basse temperature, ad esempio con la donazione di abiti pesanti, ma soprattutto avviare per loro un’attività di possibile recupero, in modo da garantirne una futura autonomia. Nelle giornate di fine gennaio, quando le temperature si sono fatte ancora più rigide in molte città italiane, il Commissario Straordinario Tronca ha poi previsto un ulteriore rafforzamento al “Piano Inverno” già emanato. Ha infatti dato disposizioni affinché venissero aperte quattro stazioni della metropolitana per il ricovero notturno dei senza fissa dimora, congiuntamente alla distribuzione di un numero di mille coperte. Sono state inoltre allertate la Polizia Locale e la Protezione Civile che hanno avuto ordine di attivarsi in operatività straordinaria. Le stazioni della metropolitana interessate dal provvedimento erano Ostiense – Piramide, Piazza Vittorio, Flaminio e Ponte Mammolo, le quali sono rimaste aperte in via del tutto eccezionale tra le 23:30 della sera fino alle 5:30 del mattino successivo per poter permettere a tutti coloro che vivono in strada di trascorrere una notte al coperto. Oltre a Polizia Locale e Protezione Civile si sono impegnati nella distribuzione delle coperte e di bevande calde anche la Sala Operativa Sociale (SOS), Atac, Ama, i volontari della Croce Rossa Italiana e del Sovrano Militare Ordine di Malta. Il “Piano Inverno” resta attivo fino a primavera; chi riscontrasse delle criticità o chi avesse bisogno di aiuto può contattare il numero verde 800 440022, operativo 24 ore su 24. Sarebbe opportuno che il Piano Inverno fosse finanziato con dei fondi a disposizione dal Governo o dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, ad esempio parte dei proventi della tassazione dei giochi di abilità a distanza, come proposto dal portale di riferimento casinòinrete, piuttosto che rimanere bloccato ai fondi della protezione civile o ricorrere alle annose “accise sui carburanti”.

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Che l’Italia sia un Paese fortemente sismico è cosa nota, non solo a livello teorico ma anche purtroppo a seguito di tanti disastri che negli anni passati hanno funestato la penisola da nord a sud. Ad esempio, quest’anno ricorrono gli anniversari di due delle catastrofi ambientali peggiori che si ricordino nell’ultimo secolo. Sono passati quarant’anni dal terremoto in Friuli che causò circa un migliaio di morti e la distruzione pressoché completa di moltissimi borghi abitati; sono inoltre passati cinquant’anni dall’alluvione che colpì Firenze. In questo secondo caso ad essere danneggiato, in alcuni casi in modo irrecuperabile, fu parte del nutrito patrimonio storico-culturale del nostro Paese. Che le calamità naturali accadano e che l’uomo possa ben poco per opporsi loro è evidente: ma ciò non vuol dire che non sia in una certa misura possibile prevederle, per poterne arginare i danni ed impedire soprattutto il dispendio di vite umane. Per prevedere eventi come frane, terremoti, uragani, è necessario però rivolgersi a dei professionisti del settore, che siano in grado di comprendere cosa potrebbe stare per accadere in base ai segnali mandati dall’ambiente naturale. Ad esempio, nessuno meglio di un geologo può leggere i cambiamenti che accadono fin nelle più remote profondità della Terra, per capire cosa sta succedendo e in che modo questo potrebbe danneggiare l’uomo. Consapevole dunque che anche l’inevitabile può essere previsto e, se non impedito, almeno arginato, il Governo italiano varò una legge, la 225/1992 (modificata poi in 100/2012) in cui ogni comune della penisola veniva obbligato a stilare un P.E.C., ovvero un Piano di Emergenza da applicare nel caso in cui si verificassero disastri ambientali. Ogni Ente è dunque tenuto a stilare una programmazione da consultare e seguire in casi di pericolo. Purtroppo però, ad oggi, non tutte le regioni italiane si sono adeguate a questa normativa: solo otto di esse dispongono del PEC, quindi il 40%, meno della metà. Di questa grave mancanza si è parlato durante il convegno che si è svolto a Napoli tra il 28 e il 30 aprile 2016, ovvero il Primo Congresso Nazionale dei Geologi. Secondo Adriana Cavaglià, Coordinatore della Commissione Protezione Civile del Consiglio Nazionale dei Geologi, il problema non sta solo e non tanto nel fatto che la maggior parte delle regioni italiane non abbiano ancora provveduto ad adeguarsi alla normativa; anche i piani di emergenza già esistenti presentano molte lacune. Il motivo principale risiede nel fatto che la legge non specifica quali figure professionali debbano preoccuparsi della sua redazione, e quindi ogni ente si può rivolgere a chi meglio crede; ma la presenza di alcuni specialisti, come i geologi, dovrebbe essere sempre considerata prioritaria. L’Associazione dei Geologi ha dunque intenzione di presentare al Governo un’istanza in cui venga chiesto di inserire necessariamente all’interno dello staff tecnico preposto alla redazione del PEC anche un geologo, e che questo diventi norma di legge. Marina Fabbri, Vice Presidente Geologi Lazio e Coordinatrice della Commissione organizzatrice del Congresso di Napoli, ha spiegato che la figura del geologo appare come imprescindibile in quanto essa è l’unica davvero in grado di interpretare i segni del territorio, di leggere per tempo le possibili pericolosità presenti in esso per l’uomo, e quindi è tra le più qualificate per individuare scenari di rischio. Nell’ambito del congresso si è anche discusso della necessità di rivedere in senso più ampio le politiche del territorio, che possono essere riscritte e migliorate solo con l’apporto delle categorie professionali più esperte nel settore ambientale.

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